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Nel 2017 il PIL pro capite italiano è stato ancora inferiore alla media UE

 

 

19 maggio 2018 - Nel 2017 ha continuato a cresceresi lo scarto tra il Pil pro capite italiano e quello medio dei 28 Stati aderenti all’Unione Europea. In euro 2010 (e quindi al netto dell’inflazione) il Pil pro capite italiano nel 2017 è stato di 26.300 euro mentre quello medio dell’UE è stato di 27.600 euro.

 

Il PIL pro capite è quindi più basso di quello medio UE del 4,71%. Nel 2016 lo scarto dalla media UE (ma media europea dovrebbe comprendere anche gli Stati dell’Est, tra cui la Russia europea) era invece del 4,07%. Sono dati Eurostat.

 

Lo scarto si spiega con tassi di crescita annui italiani inferiori a quelli medi nell’area UE. In particolare, rispetto al 2016, nel 2017 il nostro Pil pro capite è cresciuto dell’1,5% mentre quello medio dell’intera UE è cresciuto del 2,2%. Una serie di tassi di crescita sempre inferiori nel tempo si cumula, ed è una chiaro segno di monor attività del sistema economico, con tutte le cautele che debbono essere prese assumendo il PIL pro capite come indicatore della ricchezza prodotta.

 

IL trend di minor crescita italiana non è un caso di questi ultimi anni. Se consideriamo il rapporto tra Pil pro capite italiano e Pil pro capite della UE dall’inizio del XXI secolo, vediamo cheil Pil pro capite del nostro Paese è passato da un livello superiore del 18,8% a quello medio UE nel 2001 ad un livello inferiore del 4,7% nel 2017. In punti percentuali il declino è stato di ben 23,51 punti. Un calo ci circa l’1,5% l’anno.

 

Le prestazioni sotto la media della economia italiana rispetto alla media dell’area UE emergono anche dal confronto tra il dato sul Pil pro capite nel 2017 e quello del 2001 nei 28 paesi dell’area UE. In particolare gli Stati che hanno avuto i tassi di crescita più elevati sono quelli del centro Europa che hanno beneficiato dell’accesso all’area UE che comporta nel lungo periodo un livellamento del costo del lavoro e del livello dei prezzi. Dato che in precedenza il livello di reddito medio era molto più basso, il reddito di quei Paesi si alza molto velocemente, quello di altri meno, fino a che a regìme ci sarà grosso modo un livellamento. Inoltre i contributi della stessa Unione contribuiscono al loro sviluppo. Il continuo trasferimento di lavoro e azienda dall’Italia in questi Paesi non fa che rafforzare la loro crescita e indebolire la nostra.

Anche tutte le economie dell’area UE comparabili per dimensioni con quella italiana hanno ottenuto nel periodo crescite rilevanti. In Germania il Pil pro capite tra il 2001 e il 2017 è aumentato del 20,07%. Nel Regno Unito la crescita è stata del 17,15%, in Spagna del 10,86%, in Francia del 9,15%, mentre l’Italia ha subito un calo del 5,4%. E fa meglio del nostro Paese anche la Grecia, che insieme all’Italia è l’unico altro stato della UE che accusa un calo tra il 2001 e il 2017: il calo della Grecia è infatti del 4,4% contro il nostro calo del 5,4%.

 

Al calo del PIL contribuiscono diversi fattori. Tra essi i trasferimenti di aziende, le rimesse degli immigrati verso i Paesi d’origine che vengono sottratte al circuito economico, i profitti delle aziende italiane possedute da aziende estere se trasferiri all’estero, le importazioni di merci dall’estero che sono vendute ma non fabbricate in Italia, la scarsa percentuale del PIL investita nella ricerca (è il 4% nella Corea del Sud contro l’1,5% dell’Italia), la disoccupazione estremamente alta che paradossalmente si accompagna a immigrazione, l’iperformazione giovanile che sottrae manodopera al lavoro e contemporaneamente stimola l’emigrazione di giovani italiani verso altre aree UE, la flessibilità raggiunta dalla manodopera che rendendo molto difficile formare una famiglia riduce ulteriormente il tasso di natalità con conseguente riduzione della crescita economica, l’assoluta mancanza di politiche pubbliche orientate a creare occupazione, e così via.

 

Una ulteriore difficoltà per innescare processi di sviluppo è l’enorme debito pubblico italiano, che ha superato quota 2.300 miliardi: la sua crescita è la scorciatoia scelta dalla classe dirigente per poter distribuire risorse senza prelevarle tramite la leva fiscale. Purtroppo questo comporta una continua crescita della spesa per interessi, altro flusso monetario che va fuori dall’Italia, e un vincolo ineludibile di rimborso progressivo del debito per ridurlo e renderlo più gestibile. Se esistesse ancora la lira si sarebbe già innescata una svalutazione competitiva, ma finché l’Italia resta nell’area euro questo è impossibile. Inoltre, ammesso che si volesse uscire dall’euro, questo renderebbe il rimborso del debito, che resterebbe in euro, ancora più ineludibile e costoso e quindi potrebbe essere attuato solo con i conti pubblici sotto pieno controllo. In tutti e due i casi ci si troverebbe di fronte a forti mutamenti del livello dei prezzi e dei redditi reali. Il problema è aggravato dalla presenza in Italia di una robusta percentuale di non italiani d’origine (con cittadinanza e senza) che complica a ulteriormente qualunque politica di creazione di posti di lavoro, sia per la necessità di differenziare i trattamenti, sia per le difficoltà operative, sia per la percezione della situazione da parte degli italiani, che hanno espresso chiaramente il loro punto di vista nelle elezioni del 4 marzo 2018.

 

 

 

 

 

 

 

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